NON CI RESTA CHE PREGARE...
Di Luciana Aitollo
L’epopea dei bombardieri americani durante la Seconda Guerra Mondiale è stata ricchissima di episodi drammatici ed avventurosi che hanno riguardato, soprattutto, gli equipaggi dei bombardieri pesanti B-17, B-24 e B-29. Si potrebbe dire che sulle avventure dei bombardieri e dei loro equipaggi sia stato versato più inchiostro di quello dedicato ai caccia e, d’altra parte, ciò è comprensibile: la missione di un aereo da caccia spesso si esauriva in pochi minuti e raramente durava più di un’ora; al contrario, il volo di guerra di un bombardiere era spesso molto lungo e denso di avvenimenti: le difficoltà di navigazione, l’incontro con la contraerea, la caccia, il rientro alla base…
Nel caso che vogliamo ricordare, protagonista fu un B-29 Superfortress, l’esemplare K-37 del 330th Bomb Group (314th Bomb Wing), schierato sul North Field di Guam dal 18 febbraio 1945, ed entrato in azione il 12 aprile successivo. La Fortezza Volante faceva parte di un massiccio raid diurno di 521 aeroplani che l’1 giugno 1945 aveva come obiettivo l’importante città giapponese di Osaka. Il reparto, infatti, era tra quelli che inflissero al Giappone gli ultimi colpi mortali, unitamente al fatale 509th Composite Group (che rase al suolo Hiroshima e Nagasaki con due bombe atomiche), con i bombardamenti degli insediamenti industriali di Hodogaya, Tokushima e Gifu tra il 3 e il 9 luglio e le aree industriali di Tokyo l’8 agosto.
K-37, come abbiamo visto, era in volo verso Osaka, al comando del Capt. Arthur Behrens, carico di bombe incendiarie. Come spesso accade agli uomini sottoposti a forti tensioni, in attesa del decollo, previsto per le 2.47 (prima dell’alba) da Guam, il capitano rivelò al cappellano del reparto il suo presentimento: “Questa volta non tornerò…”.

Verso le 11, raggiunto il punto di riporto iniziale per la “bomb run”, cioè la fase del volo in cui i comandi passavano al puntatore, il quadrimotore fu investito da un intenso fuoco di sbarramento contraereo di grosso calibro. Questa volta i cannonieri giapponesi avevano calcolato perfettamente la quota ed un proiettile esplose contro il lato sinistro del posto di pilotaggio, con un lampo accecante. Il comandante fu ucciso sul colpo, mentre il secondo pilota, Lt. Bob Woliver, fu ferito al braccio e all’occhio di sinistra; alcune schegge penetrarono in una spalla del motorista, il Sgt. Charles Whitehead.
Anche i danni alla macchina apparvero subito gravissimi: il posto di pilotaggio era devastato, con il cruscotto di sinistra spazzato via e la strumentazione di quello di destra ridotta ad una bussola e un virosbandometro; il volantino sinistro era scardinato, così come il cruscotto del motorista. Anche le radio erano mute e le numerose perdite avevano reso inutilizzabile l’impianto idraulico. Anche il cielo della cabina era scoperchiato e la torretta dorsale era fuori uso.
Così duramente colpito, il B-29, che era in volo a 6.100 m di quota, cominciò a scendere in vite e splo dopo 3.000 m di caduta il secondo pilota, facendo appello a tutta la forza del suo unico braccio valido, riuscì a interrompere la discesa. I comandi aerodinamici, però, rispondevano irregolarmente ed il quadrimotore, i cui motori peraltro funzionavano egregiamente, tendeva a riabbassare il muso.
Di aprire i portelloni della stiva, per liberarsi dell’ingombrante presenza delle bombe, con tutti i circuiti fuori uso, non se ne parlava neanche. Non rimaneva che pregare…
Il navigatore Lt. Robert Fast, a causa della discesa incontrollata, non era in grado di stabilire con certezza la posizione del bombardiere ma provò a calcolare meglio che poté una rotta per Iwo Jima.
Quando diciamo che il B-29 era una gran bella macchina, ci riferiamo anche al fatto che non sarebbero stati molti i bombardieri di altro tipo a rimanere in aria a rimanere in aria con danni così estesi. Invece, il K-37 continuò a volare per quattro ore.

Di tanto in tanto per il dolre, la perdita di sangue e la stanchezza, Woliver non riusciva più a tenere su il muso del Superfortress, per cui intervenivano in suo aiuto Whitehead ed il puntastore Lt. John Logerot.
Senza alcuna possibilità di pianificare la rotta e controllare il regime dei motori ed il consumo, Woliver (senza neppure rendersene conto) stava “mancando” Iwo Jima di almeno 159 km, volando verso un ammaraggio di fortuna che, in ogni caso, non avrebbe potuto essere che catastrofico, anche perché i trasparenti del muso erano in gran parte fondati e l’acqua avrebbe fatto irruzione nella fusoliera…
A questo punto forse il fato si pentì di essere stato così duro nei riguardi di quei ragazzi o forse le mute preghiere dell’equipaggio furono ascoltate.
Attorno a Iwo Jima volava un caccia notturno P-61 Black Widow, per una semplice missione di taratura del radar. Ad un certo punto il segnale dell’IFF del B-29, commutato sulla funzione di radiofaro d’emergenza, apparve sulloi schermo del Lt. Eric Shulenberger, l’ufficiale radarista del P-61. In breve, il pilota del Black Widow, Maj. Arthur Shepherd. intercettò il bombardiere; visto dal lato destro il quadrimotore, con i suoi motori che giravano normalmente, non aver subito danni ma dopo che Shepherd fu passato alla sua sinistra si chiese come avesse fatto a rimanere in aria. A gesti, visto che la radio non riceveva, l’equipaggio del P-61 fece capire a quello del B-29 che doveva seguirlo.
Privo della visione binoculare, senza strumenti, senza freni e, soprattutto, fisicamente provato da più di quattro ore di volo in quelle condizioni, Woliver sapeva che non sarebbe mai più stato in grado di tentare un atterraggio: quando davanti a loro apparve l’isola, il pilota diede ordine all’equipaggio di lanciarsi. Il navigatore, che era rimasto ustionato dalla vampa dell’esplosione, volle rimanergli vicino e dopo che tutti si furono lanciati, lo aiutò, ormai in stato di semi-incoscenza, a trascinarsi fino alla botola ventrale, attraverso la quale entrambi si lanciarono.
Incredibilmente, il Superfortress continuava a rimanere in aria, volteggiando pericolosamente sull’isola, per cui fu ordinato al P-61 di abbatterlo, operazione che richiese il ricorso a tutte le munizioni di bordo (costituendo probabilmente l’unico caso in cui un Black Widow conquistò una vittoria ai danni di un Superfortress).
Il presentimento del Capitano Behrens si era avverato, ma non aveva coinvolto gli altri membri dell’equipaggio e quando il B-29, crivellato di colpi, si infilò in fiamme nel Pacifico, il suo corpo era l’unico rimasto a bordo.
