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NON CI RESTA CHE PREGARE…

NON CI RESTA CHE PREGARE… Di Luciana Aitollo L’epopea dei bombardieri americani durante la Seconda Guerra Mondiale è stata ricchissima di episodi drammatici ed avventurosi che hanno riguardato, soprattutto, gli equipaggi dei bombardieri pesanti B-17, B-24 e B-29. Si potrebbe dire che sulle avventure dei bombardieri e dei loro equipaggi sia stato versato più inchiostro di quello dedicato ai caccia e, d’altra parte, ciò è comprensibile: la missione di un aereo da caccia spesso si esauriva in pochi minuti e raramente durava più di un’ora; al contrario, il volo di guerra di un bombardiere era spesso molto lungo e denso di avvenimenti: le difficoltà di navigazione, l’incontro con la contraerea, la caccia, il rientro alla base…Nel caso che vogliamo ricordare, protagonista fu un B-29 Superfortress, l’esemplare K-37 del 330th Bomb Group (314th Bomb Wing), schierato sul North Field di Guam dal 18 febbraio 1945, ed entrato in azione il 12 aprile successivo. La Fortezza Volante faceva parte di un massiccio raid diurno di 521 aeroplani che l’1 giugno 1945 aveva come obiettivo l’importante città giapponese di Osaka. Il reparto, infatti, era tra quelli che inflissero al Giappone gli ultimi colpi mortali, unitamente al fatale 509th Composite Group (che rase al suolo Hiroshima e Nagasaki con due bombe atomiche), con i bombardamenti degli insediamenti industriali di Hodogaya, Tokushima e Gifu tra il 3 e il 9 luglio e le aree industriali di Tokyo l’8 agosto.K-37, come abbiamo visto, era in volo verso Osaka, al comando del Capt. Arthur Behrens, carico di bombe incendiarie. Come spesso accade agli uomini sottoposti a forti tensioni, in attesa del decollo, previsto per le 2.47 (prima dell’alba) da Guam, il capitano rivelò al cappellano del reparto il suo presentimento: “Questa volta non tornerò…”. Verso le 11, raggiunto il punto di riporto iniziale per la “bomb run”, cioè la fase del volo in cui i comandi passavano al puntatore, il quadrimotore fu investito da un intenso fuoco di sbarramento contraereo di grosso calibro. Questa volta i cannonieri giapponesi avevano calcolato perfettamente la quota ed un proiettile esplose contro il lato sinistro del posto di pilotaggio, con un lampo accecante. Il comandante fu ucciso sul colpo, mentre il secondo pilota, Lt. Bob Woliver, fu ferito al braccio e all’occhio di sinistra; alcune schegge penetrarono in una spalla del motorista, il Sgt. Charles Whitehead.Anche i danni alla macchina apparvero subito gravissimi: il posto di pilotaggio era devastato, con il cruscotto di sinistra spazzato via e la strumentazione di quello di destra ridotta ad una bussola e un virosbandometro; il volantino sinistro era scardinato, così come il cruscotto del motorista. Anche le radio erano mute e le numerose perdite avevano reso inutilizzabile l’impianto idraulico. Anche il cielo della cabina era scoperchiato e la torretta dorsale era fuori uso.Così duramente colpito, il B-29, che era in volo a 6.100 m di quota, cominciò a scendere in vite e splo dopo 3.000 m di caduta il secondo pilota, facendo appello a tutta la forza del suo unico braccio valido, riuscì a interrompere la discesa. I comandi aerodinamici, però, rispondevano irregolarmente ed il quadrimotore, i cui motori peraltro funzionavano egregiamente, tendeva a riabbassare il muso.Di aprire i portelloni della stiva, per liberarsi dell’ingombrante presenza delle bombe, con tutti i circuiti fuori uso, non se ne parlava neanche. Non rimaneva che pregare…   Il navigatore Lt. Robert Fast, a causa della discesa incontrollata, non era in grado di stabilire con certezza la posizione del bombardiere ma provò a calcolare meglio che poté una rotta per Iwo Jima.Quando diciamo che il B-29 era una gran bella macchina, ci riferiamo anche al fatto che non sarebbero stati molti i bombardieri di altro tipo a rimanere in aria a rimanere in aria con danni così estesi. Invece, il K-37 continuò a volare per quattro ore.  Di tanto in tanto per il dolre, la perdita di sangue e la stanchezza, Woliver non riusciva più a tenere su il muso del Superfortress, per cui intervenivano in suo aiuto Whitehead ed il puntastore Lt. John Logerot.Senza alcuna possibilità di pianificare la rotta e controllare il regime dei motori ed il consumo, Woliver (senza neppure rendersene conto) stava “mancando” Iwo Jima di almeno 159 km, volando verso un ammaraggio di fortuna che, in ogni caso, non avrebbe potuto essere che catastrofico, anche perché i trasparenti del muso erano in gran parte fondati e l’acqua avrebbe fatto irruzione nella fusoliera…A questo punto forse il fato si pentì di essere stato così duro nei riguardi di quei ragazzi o forse le mute preghiere dell’equipaggio furono ascoltate.Attorno a Iwo Jima volava un caccia notturno P-61 Black Widow, per una semplice missione di taratura del radar. Ad un certo punto il segnale dell’IFF del B-29, commutato sulla funzione di radiofaro d’emergenza, apparve sulloi schermo del Lt. Eric Shulenberger, l’ufficiale radarista del P-61. In breve, il pilota del Black Widow, Maj. Arthur Shepherd. intercettò il bombardiere; visto dal lato destro il quadrimotore, con i suoi motori che giravano normalmente, non aver subito danni ma dopo che Shepherd fu passato alla sua sinistra si chiese come avesse fatto a rimanere in aria. A gesti, visto che la radio non riceveva, l’equipaggio del P-61 fece capire a quello del B-29 che doveva seguirlo.Privo della visione binoculare, senza strumenti, senza freni e, soprattutto, fisicamente provato da più di quattro ore di volo in quelle condizioni, Woliver sapeva che non sarebbe mai più stato in grado di tentare un atterraggio: quando davanti a loro apparve l’isola, il pilota diede ordine all’equipaggio di lanciarsi. Il navigatore, che era rimasto ustionato dalla vampa dell’esplosione, volle rimanergli vicino e dopo che tutti si furono lanciati, lo aiutò, ormai in stato di semi-incoscenza, a trascinarsi fino alla botola ventrale, attraverso la quale entrambi si lanciarono.Incredibilmente, il Superfortress continuava a rimanere in aria, volteggiando pericolosamente sull’isola, per cui fu ordinato al P-61 di abbatterlo, operazione che richiese il ricorso a tutte le munizioni di bordo (costituendo probabilmente l’unico caso in cui un Black Widow conquistò una vittoria ai danni di un Superfortress).Il presentimento del

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PURCHE’ SIA VTOL…

PURCHE’ SIA VTOL… Di Nico Sgarlato Il periodo storico che, dal punto di vista aeronautica, ha incluso la Guerra Civile di Spagna, La Guerra Nippo-Cinese e la Seconda Guerra Mondiale, cioè il decennio che va dal 1936 al 1945, ha visto le forze aeree belligeranti entrare in guerra con aeroplani come i biplani FIAT CR.32, Gloster Gladiator o Polikarpov I-15 e uscirne con gli aviogetti Lockheed P-80, Gloster Meteor e Messerschmitt Me 262.Un po’ perché gli uffici tecnici non avevano più l’assillo di dover realizzare nuovi progetti in tempo brevi, assicurandosi che l’industrializzazione fosse altrettanto rapida, un po’ perché c’era il fondato timore che la nuova generazione di aviogetti da combattimento si dimostrasse molto più longeva delle precedenti (e così è stato), un po’ perché esaurita la funzione di tritacarne della guerra le linee di montaggio si sarebbero ben presto fermate e, infine ma forse soprattutto, perché la sperimentazione di nuove idee è connaturata alla natura umana, si è assistito al nascere di nuovi filoni di ricerca relativi ad altrettanto nuove tipologie di aeromobili. Questa tendenza esplose negli anni ’50 e procedette anche nei decenni successivi, creando delle vere e proprie mode che continuano ancora oggi. Una di queste è la moda dell’”aeroplano senza aeroporti”.Come direbbe un uomo di legge, quale è la ratio all’origine di un aeroplano che non ha bisogno di una pista aeroportuale per operare? La risposta sembrava ovvia: nel caso di un attacco di sorpresa, il nemico nelle prime ore di guerra bombarderà estensivamente tutte le nostre basi aeree, lasciandoci privi di aviazione. Quest’ipotesi fu corroborata dalla fase iniziale della Guerra dei Sei Giorni, quando la HHA israeliana bombardò tutti gli aeroporti nemici. C’era, però, da fare una seconda considerazione: moltissimi aerei furono distrutti al suolo ma qualsiasi impresa di lavori stradali era in grado di ripristinare una pista in pochissime ore…In ogni caso, quali che fossero le esigenze reali o le giustificazioni recondite, si assistette a specifiche a getto continuo nelle quali si richiedeva, quanto meno, la possibilità di operare da piste semipreparate o da tratti autostrdali, fino ad arrivare al VTO (Vertical Take-Off) puro, meglio se in grado di operare dal ponte di volo di un’unità navale. In inglese, la lingua universale del mondo aeronautico, decollo si dice Take-Off e l’atterraggio è Landing; tra gli aggettivi che possono riguardare queste fasi del volo ci sono Conventional, Short e Vertical. Nelle nuove specifiche abbiamo visto comparire tutte le combinazioni possibili: STOL, VTO, VTOL, V/STOL, STOVL; in seguito si aggiunse anche la A, per Advanced (con il sottinteso significato di supersonico).Tra le prime specifiche ci fu quella per i “convoy fighters”, caccia per la difesa dei convogli navali, che dovevano essere VTO o VTOL: giunsero al volo solo i Convair XFY-1 Pogo e Lockheed XFV-1 (Salmon), cosiddetti “tail-sitter” (posacoda). Dopo circa un anno di sperimentazione ci si rese conto che quella dei “tail-sitter” poteva non essere una grande idea, sia per le prestazioni piuttosto scarse sia perché non erano alla portata di piloti con un normale livello di esperienza.Ci fu la sperimentazione di far decollare aerei convenzionali mediante catapulte interrate o con enormi razzi di decollo (come i “booster” dei missili di crociera Matador), ma queste forme di decollo “zero length” si dimostrarono pericolose.Un impulso decisivo al decollo e all’atterraggio verticali venne dalla specifica NATO Basic Requirement 3, con la formulazione supersonica (a) e subsonica (b). Sulla base di questi due requisiti i costruttori misero alla frusta i loro uffici tecnici e ne scaturirono diversi prototipi, nessuno dei quali entrò in servizio e tutti furono presto dimenticati. Con vicende che qui non è il caso di approfondire, prima che fosse emessa la specifica NBMR-3, l’industria francese e, soprattutto quella inglese, avevano già svolto ricerche su ipotesi di caccia-bombardieri leggeri VTOL. Ne risultò il requisito GOR-345, poi ulteriormente definito come ER-204D, e ne nacque l’Hawker-Siddeley P.1127D Kestrel, che fu alla base del successivo HS.1127/7 Harrier che ben conosciamo. L’Harrier è stato l’unico V/STOL (poi STOVL, quando si scoprì che era conveniente limitarsi ad un atterraggio corto, naturalmente quando ce n’era lo spazio) ad avere un certo successo. Determinante, comunque, fu l’improvvida decisione della difesa inglese di ritirare dal servizio nel 1978 le portaerei convenzionali, dotate di catapulte a vapore e barriere d’arresto, per un insieme di fattori quali la preponderanza della missione antisommergibili, l’elevato costo di manutenzione ed i tagli generalizzati alle spese militari.Nacquero svariati tipi di “portaerei economiche” e ciò consenti la produzione di 15 Kestrel, 276 Harrier e 337 Harrier II. Continuando sulla stessa linea di sviluppo è apparso il Lockheed-Martin F-35B Lightning II, disegnato sulle esigenze dei Marines ma accolto con favore da parte delle marine dotate di portaerei prive di catapulte, come nel caso della Royal Navy o della Marina Militare; nella pratica, poi, le forze inglesi hanno optato per una soluzione sul tipo della precedente Joint Harrier Force (con un comando condiviso per gli F-35B) mentre in Italia tanto l’AM quanto la MM hanno piccoli lotti di F-35B. Forniture e nuovi contratti sono in corso di definizione o di svolgimento e perciò non si può dire quale possa essere il risultato finale delle vendite della versione STOVL del Lightning II, ma in ogni caso si prevede che potra essere dello stesso ordine di grandezza di quello della famiglia degli Harrier.Gli anglosassoni, dotati di particolare fantasia in questo senso, hanno coniato l’espressione “risposta ad una domando che non è stata formulata”. Gli attuali STOVL ci sono e qualcosa se ne può fare ma, in fondo, sono come un treno senza rotaie, un’auto senza strade o un’imbarcazione senza specchi d’acqua: visto che c’è lo usiamo ma se non ci fosse non ne sentiremmo realmente la mancanza. Certo, dovremmo tornare a costruire le portaerei tradizionali ma non dovrebbe essere difficile: durante la Seconda Guerra Mondiale i cantieri americani, giapponesi e inglesi ne hanno costruito a decine…

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1.000 GIORNI SULLA GERMANIA

1.000 GIORNI SULLA GERMANIA Di Corrado Barbieri Tutto cominciò a Casablanca, Il 21 gennaio 1943, quando Winston Churchill per l’Inghilterra e Franklln Delano Roosevelt per gli Stati Uniti firmarono un documento destinato a decretare, non tanto la fine della Luftwaffe, quanto la fine dell’intero Terzo Relch. Il documento riguardava i bombardamenti da compiere sulla Germania, quel bombardamenti che la RA.F. andava effettuando sin dall’ormai lonta­no 1940, e ai quali l’ U.S.A.A.F. aveva cominciato a partecipare solo da qualche mese, ma che per il momento avevano dato scarsi risultali . Già dal 1939, allo scoppio della guerra, la Gran Bretagna si era trovata di­nanzi al dilemma del miglior sistema per vincere col mezzo aereo la Germania. La premessa era chiara: per piegare Il nemico, non era sufficiente sconfiggerlo in battaglia, bisognava anche distruggergli le rìsor­se industriai, senza le quali il suo esercito si sarebbe fermato.  Questo  significava bombardarle dal cielo, ma per conseguire lo scopo occorreva in primis un’adeguata forza aerea, e che fosse in grado di colpire con la massima precisione possibile gli obiettivi scelti. La Gran Bretagna   non solo non pos­sedeva né il numero di velivoli necessari a raggiungere questo fine, né gli strumenti ( come congegni di punteria, radar a bordo , ecc.), ma al momento non aveva nemmeno una   “ filosofia di impiego”. Nacque così quella teoria che avrebbe piu tardi preso in inglese il nome di « area bomblng », e che In italiano venne piu o meno  resa con l’espressione di « bombardamento a tappeto»· Se ai bombardieri della R.A.F. era quasi impossiblle colpire con esattezza un determinato obiettivo industriale, se quei bimotori e quadrimotori spesso avevano; come rnassimo della precisione, la caduta delle bombe a 7-8 chilometri dall’obiettivo, non restava altra risorsa che portarsi di notte – esclu­sivamente di notte, per sfuggire il più possibile alla  reazione della caccia e delle artiglierie contraeree – sulle grandi citta’ industriali e, individuato e segnalato con certi accorgimenti il “ nocciolo” dell’obiettivo, procedere a un bombardamento indiscriminato, con lo scopo triplice di distruggere le industrie, gli obiettivi militari e al contempo seminare la morte tra la popolazione civile, fiaccando anche la volontà di resistenza del fronte interno. Un discorso sugli aspetti morali di questa teoria  porta ovviamente  all’atto terroristico vero e proprio, per cui non ci sono altre parole, d’altronde Hitler non se n’era certo fatto scrupolo…e i comandi della RAF scelsero proprio quella soluzione. Il grande propugnatore fu l’Air Marshal Sir Arthur Harris, poi perfettamente ridenominato “il macellaio della RAF “ . Assurto al comando supremo del Bomber  Command il 22 febbraio 1942, egli non  mise molto tempo nel passare dalla teoria alla pratica. L’ 8 marzo 1942 infatti faceva eseguire su Essen un bombardamento dal triplice scopo: collaudare i nuovi radar « Gee » installati a bordo dei bombardieri, collaudare la funzionalità del  fumogeni da far cadere sul «nocciolo» dell’ obiettivo  come indi­catori e collaudare l’efficacia, tanto distruttiva quanto segna­latrice, degli spezzoni incendiari. Al bombardamento dì Essen seguirono poi, il 28 marzo e li 17 aprile, quelli di Lubecca e di Rostock, ehe ebbero un certo successo e incoraggiarono il Bomber Command a proseguire nella strada intrapresa. Per continuare però sarebbe occorso un numero di bombardieri ben superiore di quanto la R.A.F. al momento possedeva .Harris tuttavia voleva dare a ogni costo la dimostrazione conclusiva della validità dell’ « area bombing », e si prodigò in ogni modo per radunare una forza di mille velivoli da mandare sulla Germania. Ci riusci’ andando a raccattare aerei e piloti ovunque, persino nelle scuole di addestramento, dove « coscrisse » istruttori e allievi ancora privi di brevetto; la notte del 30 maggio, da decine di aeroporti inglesi decollava cosi’ una flotta di 1.046 bom­bardieri . Era l’operazione « Millennium », dalla quale Colonia, nel giro di poche ore, usci’ semidistrutta, fatta eccezione per la cattedrale, che fu abilmente risparmiata… Se il grande bombardamento di Colonla fu la dimostrazione che Harris procedeva inesorabilmente nel suo intento, mettendo  da parte ogni considerazione umana e nell’attenersì unicamente alla logica della guerra (quella logica per cui secondo Moltke, bisogna fare ciò che si può , e non ciò che si dovrebbe), fu anche per Hitler e i capi nazisti un primo scos­sone alla loro presunzione di invulnerabilità e di invincibllltà. Quel  bombardamento fu, e per molto tempo restò, uno sforzo eccezionale, un ‘ impresa isolata, che la R.A.F., per materiale mancanza di mezzi, non era in grado di ripetere. Per tutto il resto del 1942 l’offensiva aerea alleata doveva segnare  il passo. Nella notte tra il 21 e Il 22 giugno la R.A.F. aveva colpito duramente, con un complesso di 705 aerei , la ·città di Krsfeld, al confine con l’Olanda e nell’agosto seguente erano comparsi in scena gli americani con le loro Fortezze  dedicandosi agli obiettivi militari tedeschi nella Francia occupata, in particolar modo alle basi dei sommergibili, ma nel complesso si trattò di  azioni di modesta portata. Da cui pero’ conseguì un nuovo aspetto : una netta divergenza di vedute tra R.A.F. e U.S.A.A.F. circa la questione del bombardamento notturno (so­stenuto dagli inglesi ) e di quello diurno (sostenuto dagli ame­rlcani). Una divergenza risolta proprio alla conferenza di Casablanca. L’obiettilvo principale delle forze aeree alleate – affermava Il documento firmato da Churchill e da Roosevelt – consisteva nel distruggere e nello scardinare il sistema mllltare, industriale ed economico tedesco, nonché nel minare il morale del popolo germanico a tal punto da indebolirne la capaciltà di resistenza armata. L’ordine di priorità dei bersagli da colpire, inoltre, sarebbe stato il seguente: 1. i cantieri per la costruzione dei sommerglbili; 2. le industrie  aeronautiche; 3. le reti ferroviarie e le altre vie di comunicazione; 4. gli impianti petroliferi; 5. le altre industrie belliche, Un documento cosi congegnato è chiaro che lasciava mano llbera a tutti : gli inglesi avrebbero potuto tranquillamente continuare con la loro “ area bomblng “ notturna, e glì amerlcani avrebbero potuto dedicarsi, sen­za ulteriori polemlche, ai bombardamenti diurni, prendendo dì mira obiettivi  ben precisi e dellmitati. Il  connubio delle due teorie venne denominato “ Combìned Bomber  Offensive”.  Nella notte tra il 16 e il 17 maggio 1943, gli inglesi

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LOTTA DI TITANI NEI CIELI RUSSI

LOTTA DI TITANI NEI CIELI RUSSI Di Corrado Barbieri Era una tiepida notte di prima estate: quella tra il 21 e il 22 giugno 1941. Alle ore 23, le linee telegrafiche di collegamento tra Berlino e i comandi dei tre gruppi d’armate tedeschi schierati a oriente trasmisero uno strano messaggio: “Dortmund – Mohn – Kresse – Aster – Aster…” .. In cifra, questi nomi costituivano il segnale d’avvio dell’operazione «Barbarossa», cioè dell’invasione dell’Unione Sovietica. Era l’inizio di quell’offensiva a oriente che Hitler meditava almeno da un anno, e di cui aveva dato il preannuncio ufficiale ai suoi generali sin dal 14 giugno. Era l’inizio di uno scontro che, non solo in terra, ma anche in cielo, col protrarsi del tempo avrebbe assunto le proporzioni di una lotta di titani. I capi della Luftwaffe, compreso lo stesso Goering, quand’erano stati messi al corrente del piano del dittatore, avevano cercato in vario modo di oppor¬visi: una guerra che si ampliava su due fronti diametralmente opposti sarebbe stata catastrofica per la Germania, così come era già avvenuto nel 14-18, ma contro le “decisioni finali” del Fùhrer non c’era voce, non c’era ragio¬namento che potesse valere. E cosi, subito dopo la mezzanotte, centinaia di equipaggi germanici salivano a bordo dei loro Heinkel 111 e degli Stuka con i motori già avviati, per andare a colpire di sorpresa gli oltre 60 aeroporti nemici che si trovavano nel loro raggio d’azione.Secondo fonti ufficiali sovietiche, alle 1,30 di quella stessa notte, Stalin compiva il tentativo di avvertire i comandanti supremi delle forze armate russe che l’attacco da parte della Germania era imminente, ordinando nel contempo che prima dell’alba tutti gli aerei deIla VVS dislocati negli aeroporti a occi-dente fossero sparpaglìati e camuffati, e che tutti i reparti si mettessero in stato d’allarme. Tuttavia quegli ordini, oltre che essere tardivi, dovevano subi¬re ulteriori ritardi nel giungere a destinazione, e quando i nugoli di aerei di ben quattro Luftflotten arrivarono su una fascia di aeroporti sovietici che si estendeva dal Mar Baltico al Mar Nero, gli aerei con stella rossa erano li’ sull’erba, pronti ad essere distrutti. Numericamente, allo scoppio delle ostilità le forze della VVS erano assai superiori a quelle della Luftwaffe. Le cifre precise variano da fonte a fonte, ma grosso modo, si può dire che i russi disponessero, tra bombardieri, caccia e ricognitori, di 10.000 velivoli, mentre i tedeschi schieravano sul fronte orientale appena 2.500-3.000 aerei in tutto. D’altra parte, benché fosse già da qualche tempo in piena fase di riorganizza¬zione, l’Aeronautica russa presentava ancora numerose deficienze: in primis, la maggioranza dei velivoli di cui disponeva era dì tipo ormai vecchio e a volte vecchissimo, e i nuovi caccia MiG- 1, MiG- 3, Yak- 9 e Lavochkin La- 3 avevano appena cominciato a giungere ai reparti; in secondo luogo, sia il personale volante sia quello di terra possedevano un ‘ esperienza bellica molto inferiore a quella ormai acquisita dai tede¬schi; infine, e soprattutto, l’Aeronautica russa era considerata, e quindi strutturata, puramente come una branca dell’esercito, in stretta fun¬zione del quale doveva agire, senza godere della benché minima autonomia, fatto che la poneva in condizioni di netto svantaggio rispetto alla ben più indipendente e dinamica Luftwaffe. C’erano poi interferenze del Partito Comunista, che finivano col risultare controproducenti.L’attacco tedesco fu progettato e condotto a termine con un tempismo e un’efficienza irreprensibili. Ripetendo la tattica della “blitzkrieg”, in quel primo assalto all’alba furono ancora gli Stuka che si buttarono urlando sulle loro facili prede, mentre i bombardieri in quota si spingevano oltre, a colpire basi nemiche piu lontane. Il tutto mentre i Me 109 e 110 davano il loro apporto distruttivo mitragliando a volo radente i vecchi Polikarpov I-15 e I- 16, i bombardieri Tupolev SB-2 e llyushin DB-3, tutti schierati sui campi in buon ordine, quasi fossero pronti per una parata aerea ! Qualche unità sovietica tentò di improvvisare una resistenza, ma si tratto’ di azioni sporadiche . Vicino a Brest-Litovsk, per esempio, un nucleo di caccia fu bombardato e annientato proprio mentre gli aerei erano lanciati nella corsa di decollo. Poi, superato il primo momento di shock, l’opposizione sovietica cominciò a farsi sentire, dando prova, sin dalle prime battute, di quello spirito di coesione e di sacrificio del popolo russo in quanto tale, in cui Hitler non aveva mai voluto credere. Se i caccia tedeschi erano prodigiosamente veloci, i Polikarpov li superavano spesso in manovrabilità e robustezza. In ogni caso l’operato della VVS risultò per mesi puramente difensivo.Perché la situazione cominciasse a dare segni di rovesciamento, occorreva attendere l’autunno, e quando venne, l’Aeronautica russa manifestò i primi sintomi concreti di ripresa. Bisogna considerare infatti che l’Unione Sovietica era già a buon punto nel portare le sue fabbriche aeronautiche al livello di quelle degli altri belligeranti, e inoltre le aveva trasferite oltre gli Urali, al riparo degli attacchi tedeschi. Nel contempo, nei campi siberiani, si stava addestrando un grande numero di uomini .L’effetto di questa situazione cominciò a farsi sentire in particolare durante l’assedio di Leningrado, quando, l’Vlll Fliegerkorps tedesco non riuscì a dispiegare la sua consueta forza di penetrazione. Anche i bombardamenti “ di prestigio” su Mosca e altri importanti centri, piano piano scemarono, semplicemente la Luftwaffe non poteva permettersi perdite inutili. Le cose avevano già preso questa piega negativa per i tedeschi quando sopraggiunse l’in¬vemo russo, oltretutto piu’ rigido del solito : Wehrmacht e Luftwaffe si trovarono bloccate alle porte di Mosca. E inizio’ la controffensiva russa, che si protrasse fino al marzo 1942.A quel punto per la Luftwaffe si tratto’ di sforzi e di sacrifici durissimi, mentre i sovietici cominciavano a ottenere i primi successi dì rilievo. Basti pensare all’assedio di Demyansk, piccola cittadina a metà strada tra Mosca e Leningrado, nella quale rimasero in¬trappolate 6 divisioni, che la Luftwaffe dovette rifornire con una disperata operazione di ponte aereo, il primo da loro effettuato durante il conflitto. L’offensiva russa continuo’ sino all’aprile 1942, poi arrivo’ la stagione più propizia per l’invasore, che riprese l’avan¬zata, questa volta verso sud, con lo scopo di raggiungere i

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IL DIFFILE CAMMINO DEL CONVERTIPLANO

IL DIFFILE CAMMINO DEL CONVERTIPLANO Di Nico Sgarlato Un anonimo autore di elzeviri a tema aerospaziale, in vena di commenti ironici, tra la fine del 2023 e l’inizio nel 2024, ne scrisse uno intitolato, in maniera provocatoria “Quanti convertiplani hai visto volare oggi, papà?”, sulla scia di quanto aveva già scritto riguardo ad invenzioni dal successo quanto meno dubbio, come i razzi campali per il trasporto di rifornimenti (il riferimento è al Convair Lobber sperimentato nel dicembre 1958, e ovviamente rimasto senza seguito) o i razzi postali, come quello lanciato il 15 aprile 1931 da Reinhold Tiling (ma anche il missile cruise lanciato da sottomarini Vought SSM-N-8 Regulus fu sperimentato in questo ruolo). Anche considerando quella categoria particolare di convertiplani che sono i convertigetti (cioè aviogetti in grado di decollare ed atterrare verticalmente per trasformarsi in un normale aeroplano durante il volo di crociera) si nota subito come ad avere avuto successo siano stati solo la famiglia degli Harrier (Harrier, Sea Harrier e Harrier II), l’F-35B e, su scala molto più ridotta, lo Yak-38 sovietico. Un primo esempio di macchina volante che potesse comportarsi tanto come un elicottero quanto come un aeroplano convenzionale apparve (sulla carta) nel 1919, come dimostra la domanda di brevetto depositata in quell’anno dall’inventore polacco Konrad W. Kucfir. Il primo progetto che ricorda un convertiplano moderno risale al maggio 1930 e fu realizzato da George Lehberger, ma tale progetto non venne ulteriormente sviluppato. Durante la Seconda Guerra Mondiale, un prototipo tedesco, il Focke-Achgelis Fa 269, fu oggetto di sviluppo a partire dal 1942, ma non volò mai. Una ricerca da parte di studiosi della materia ha individuato una ventina di prototipi dei progetti più diversi ma di essi, in pratica, solo uno ha avuto un certo successo di vendite: parliamo del Bell-Boeing V-22 Osprey del quale sono stati costruiti oltre 400 esemplari: maggiori utenti sono US Air Force, US Navy e Marines e 17 sono stati ordinati per la Japan Mairitime Self+Defense Force. L’Osprey si è rivelato subito una macchina difficile, con almeno 15 incidenti gravi e frequenti avarie non catastrofiche e l’attività, tanto degli esemplari americani quanto di quelli giapponesi, è stata oggetto di lunghe sospensioni. Ora l’US Army, che era rimasta estranea all’esperienza del V-22, ha scelto il convertiplano (categoria “tilt rotor” cioè a rotori basculanti) Bell MV-75 Valor, vincitore della specifica FLRAA, Future Long-Range Assault Aircraft, per un sostituto dell’UH-60 ma finora la macchina è in fase prototipica e non tutti sono convinti che possa effettivamente sostituire gli elicotteri convenzionali convenzionali Sikorsky S-70/UH-60, quanto meno a breve termine. All’esperienza del convertiplano leggero si è dedicata anche l’italiana Leonardo, portando avanti l’iniziale progetto AgustaWestland/Bell AW609 (dal quale il costruttore americano si è ritirato nel novembre 2011 per poi tornare, all’inizio del 2024, a forme di collaborazione). Il prototipo ha volato il 7 marzo 2003 e nel marzo 2025 ha superato la prima fase del programma per la certificazione di navigabilità da parte della Federal Aviation Administration, fondamentale (anzi, ineludibile) per il mercato commerciale cui la macchina è principalmente destinata. Il fatto stesso che 22 anni non siano bastati a completare questa fase del processo di sviluppo dà una chiara idea delle difficoltà alle quali questa categoria di aeromobili va incontro.

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STORIE DI MAGHI E di GUERRIERI NEI CIELI INGLESI

STORIE DI MAGHI E di GUERRIERI NEI CIELI INGLESI Di Giorgio Gibertini Fu nel corso della seconda guerra mondiale che iniziarono ad apparire sugli aerei quegli oggetti poi definiti ” scatole nere”, quell’insieme di congegni elettronici inventati da moderni “maghi” di cui i più non capirono nemmeno lontanamente l’importanza che avrebbero avuto in campo bellico in generale ed aeronautico in particolare. E la prima apparizione avvenne nella seconda parte della Battaglia d’Inghilterra, durante le incursioni notturne cui ricorse la Luftwaffe dopo la batosta ricevuta combattendo di giorno contro la RAF. Fu infatti proprio nei cieli della Gran Bretagna assediata che nacque la specialità della caccia notturna radarguidata, i cui esponenti di maggior spicco furono la ben affiatata coppia John Cunningham (pilota) e Jimmy Rawnsley (operatore radar). Fin dall’invenzione del radar, avvenuta in Gran Bretagna nei primi anni ’30 ad opera di Sir Robert Watson Watt – da sottolineare, nonostante il principio della riflessione delle onde radio fosse già stato messo in luce da Guglielmo Marconi – i tecnici si resero conto che chi fosse riuscito a rendere operativa questa nuova tecnologia avrebbe conseguito un vantaggio strategico di fondamentale rilevanza. Quanto a poter installare una di queste apparecchiature pesanti e ingombranti a bordo di un aeromobile non era il caso di parlarne, almeno non finché non si fosse riusciti a miniaturizzare il tutto. Inoltre sarebbe rimasto il problema costituito dalle antenne, che erano di tipo Yagi (simili nella configurazione a quelle del primo storico canale TV in Italia !) e causa¬vano una forte resistenza aerodinamica. I tecnici tuttavia non si persero di coraggio e proseguirono gli studi tendenti a realizzare generatori d’onde modulate sempre più’compatti e leggeri, operanti su lungheùze d’onda sempre più brevi.Gli esordi della specialità, inutile dirlo, furono assai difficili, con pochissimi specialisti che dovevano inventare nuove soluzioni a sempre nuovi problemi, lavorando in condizioni assai dure, entro strette e geli¬de fusoliere di aerei concepiti all’origine per scopi completamente di¬versi, impiegando apparecchiature rudimentali dall’affidabilità aleato¬ria e dalla funzionalità assai poco convincente, cercando, notte dopo notte, di interpretare segnali elusivi che apparivano e scomparivano sugli schermi fluorescenti. Cunningham e Rawnsley, che militavano nella Royal Auxiliary Air Force fin da prima della crisi di Monaco, furono due di questi uomini, accomunati in un compito che non poteva godere certamente di una vasta pubblicità, le cui azioni, le vittorie e le sconfitte erano invece celate al grosso pubblico da una fitta cortina di segreto: per giungere alla vittoria finale era necessario che il nemico ignorasse il più possibile l’esistenza di queste apparecchiature radar aeroportate e il grado del loro avanzamento tecnologico. La segretezza era tale che, quando in seguito ad un abbattimento di un incursore nemico su Londra, l’evento non potè essere tenuto celato alla stampa, le fonti ufficiali della RAF fecero circolare la favola che Cunningham possedesse straordinarie proprietà di visione notturna consuma¬ndo una grande quantità di carote ! Palesemente la cosa era poco credibi¬le, eppure nell’ Italia fascista il nostro Ministero dell’Aeronautica ci cascò in pieno ! ed emise una circolare nella quale si consigliava ai nostri piloti da caccia notturna di nutrirsi con carote per emulare le prodezze degli inglesi ! Possiamo immaginare che risate si saranno fatti alle nostre spalle non solo i britannici, ma soprattutto gli alleati tedeschi, i quali sapevano benissimo quale fosse l ‘origine tecnologica di quei risultati e che tuttavia si guardavano bene dal metterci al corrente dei loro risultati.~~ ~~~~~~~ ~~~~~~~~~~~~~Il primo aereo da caccia notturna britannico fu ricavato converten¬ do all’uopo un bombardiere leggero, il Bristol Blenheim; si ebbe così il Blenheim IF equipaggiato con radar A.I.MK.IV operante su lunghezza d’onda di 1,5 metri. Si trattò di una soluzione di ripiego in attesa che si rendesse disponibile il possente Beaufighter, ma che egualmente equi¬paggiò ben 11 Sqdn. da caccia notturna in patria e 3 oltremare. Il Blenheim non si rivelò particolarmente adatto allo scopo, ma fu giocoforza servirsene negli anni difficili 1939-’41. Molto migliore risultò es¬sere il Beaufighter IF che, pur essendo dotato dello stesso apparato radar, seppure migliorato, disponeva di un armamento di gran lunga più potente (4 cannoni Hispano da 20 mm con 240 colpi per arma e 6 mtg. Browning cal. 7,7 mm con 1000 colpi per arma), di una potenza motri¬ce esuberante e raggiungeva una velocità assai maggiore del vetusto Blenheim. Il Beaufighter iniziò ad entrare in servizio nell’estate del 1940 e subito incontrò il favore degli equipaggi. Fu a bordo di un Beaufighter IF che Cunningham conquistò una delle sue prime vittorie abbattendo uno Ju 88A (l’operatore al radar era in quella occasione Phillipson). Il combattimento del 2 gennaio 1941 merita di essere ricordato perché rispecchia bene il tipo di azione notturna di quei giorni. Questa volta il radarista era Rawnsley, che doveva divenire il compagno stabile di Cunningham. Quando giunse la chiamata d’allarme del GCI (Ground Controlled Interception) di Tangmere il Beaufighter di Cun¬ningham e Rawnslcy era già in quota. Il GCI indicò loro un bersaglio in avvicinamento sulla Manica e fornì quota e vettore radiale. Era una notte serena e splendeva la luna: una notte adatta al combat¬timento. Giunti al limitare meridionale della Gran Bretagna, un limite che non dovevano superare nemmeno per continuare un inseguimento, tanto si teneva alla segretezza dell’apparecchiatura radar A.I.MK.IV, il GCI ordinò loro di orbitare in attesa dell’incursore nemico che volava a circa 3.000 m . Cunningham decise di salire di altri 500 m in modo da avere un certo vantaggio di quota. Mentre effettuava questa manovra il GCI continuava a tenerlo informato sui movimenti del nemico . Si noti che il radar A.I.MK.IV era un’apparecchiatura alquanto primitiva, con una portata massima di circa 5 km e una utile di 3,5 km; inoltre «vedeva» contemporaneamente in avanti e all’indietro, co¬sì che le sue indicazioni dovevano essere acutamente interpretate dallo «stregone». Nel buio della notte era infatti possibile credere che il ber¬saglio si trovasse in avvicinamento anziché in allontanamento e vice¬versa. Il piccolo «blip» luminoso che segnalava sui due schermi la presenza di un intruso era poi estremamente labile e

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I FALSI MITI SULLA REGIA AERONAUTICA

I FALSI MITI SULLA REGIA AERONAUTICA Di Nico Sgarlato La Seconda Guerra Mondiale si concluse con la sconfitta del Tripartito (Germania, Giappone e Italia) e dei suoi alleati. Per ciò che riguarda l’Italia, ed in particolare la sua Regia Aeronautica, le cose non avrebbero potuto andare diversamente, come si evince dal dato più emblematico: in tutto il periodo bellico in Italia furono prodotti 10.000-11.000 aeroplani, cioè una quantità inferiore a quella che negli Stati Uniti e in Gran Bretagna fu totalizzata dai tipi di maggiore successo, come F4U Corsair, P-40 Warhawk, P-47 Thunderbolt, P-51 Mustang, Supermarine Spitfire, B-25 Mitchell, Vickers Wellington e B-24 Liberator (ma ce ne furono anche altri).Il confronto, comunque non era impietoso soltanto dal punto di vista quantitativo: indipendentemente dai molti exploit di tipo che si potrebbe definire “sportivo” (come le trasvolate o i primati di velocità e di altitudine) buona parte del personale di volo e degli uffici tecnici soffriva di un certo… provincialismo. Intendiamo dire che la politica dell’autarchia (cioè l’autosufficienza) aveva portato il mondo aeronautico italiano ad una certa arretratezza. Per fare solo qualche esempio, la caccia faticò ad uscire dall’era del biplano, con i piloti che si trovavano spaesati di fronte ad ipersostentatori, carrelli retrattili e gli abitacoli chiusi. Non migliore era la situazione delle tecniche costruttive: quasi tutti i progettisti erano abituati a lavorare su strutture miste, con longheroni alari in legno, fusoliera con struttura a traliccio in tubi d’acciaio e rivestimento di tela e legno compensato; esistevano anche pregevoli realizzazioni interamente in legno (come i Cant.Z.506 e Cant.Z.1007) ma le loro cellule soffrivano le conseguenze dell’impiego di situazioni climatiche difficili e lunghi periodi di parcheggio all’aperto.D’altra parte anche le infrastrutture erano carenti: gli aeroporti dotati di piste pavimentate erano pochissimi, gli ausili alla navigazione quasi inesistenti e i radar per la difesa aerea, di produzione tedesca, arrivarono solo a conflitto inoltrato.Italo Balbo, prima sottosegretario e poi ministro dell’aeronautica. si rese conto che l’industria italiana non sarebbe stata in grado di superare il divario tecnologico e promosse una campagna di acquisizione di licenze di produzione che, tuttavia, nel campo delle cellule non ebbe gli esiti sperati: in pratica l’unico successo fu il Caproni Ca.100 che era basato sulla famiglia dei deHavilland Moth inglesi e, su scala inferiore alle aspettative, la produzione del Seversky P-35 come Reggiane RE 2000; procedette fino ad un certo stadio anche una trattativa tra Breda e Boeing vertente sul B-17 Fortress ma, come sappiamo, non andò a buon fine.I contatti tra l’industria italiana e quelle degli stati che erano già visti quali potenziali nemici erano condotte senza alcuna pubblicità e ciò portò gli studiosi della partecipazione italiana al conflitto ad errori nelle loro valutazioni.In genere alle macchine italiane si attribuiva un rapporto peso/potenza sfavorevole a causa dell’eccessivo peso delle loro cellule. Inoltre si criticava l’armamento, insufficiente in termini di volume di fuoco e di affidabilità delle mitragliatrici. Tutto ciò, in realtà, era vero soltanto in minima parte.La pretesa pesantezza delle cellule valeva sopratutto per gli aerei costruiti in legno e quelli a struttura mista; ad esempio il CR.42 Falco pesava il 15% in più rispetto al Gloster Gladiator inglese direttamente comparabile, che aveva più o meno la stessa potenza installata. Quando anche in Italia si produssero aeroplani di concezione moderna, con cellula monoguscio in lega leggera, la situazione si capovolse: l’Aermacchi C.202 ed il Reggiane RE 2001 pesavano tra il 13 e il 18% in meno del Curtiss P-40E che era uno degli aerei più direttamente comparabili tra quelli degli Alleati; naturalmente questo è un confronto soltanto indicativo, perché la quantità degli equipaggiamenti inclusi nel peso a vuoto non era direttamente confrontabile.Un vero e proprio falso storico (involontario e giustificabile) era quello che attribuiva agli aerei della Regia Aeronautica motori italiani scadenti: infatti, gli aerei da combattimento italiani volavano con motori costruiti da industrie italiane ma progettati all’estero. I materiali italiani però presentavano standard qualitativi inferiori e la stessa valutazione riguardava carburanti e lubrificanti ma i propulsori erano progettati negli Stati Uniti, in Germania e in Gran Bretagna e, in qualche caso, erano stati addirittura migliorati dai progettisti italiani.Tornando all’esempio del CR.42, il suo propulsore era il FIAT A.74. A seguito del programma riservato messo in moto attorno al 1931, nel1934-1935 gli ing. Fessia e Zerbi, partendo dal progetto Pratt & Whitney R-1535 Twin Wasp Junior, che rientrava nel pacchetto di licenze cedute dal costruttore americano, trassero l’A.74 Ciclone (nome che ebbe poca fortuna, probabilmente perché si confondeva con quello del Wright R-1820), con il quale introdussero svariate innovazioni importanti, tanto che è stato spesso considerato come un progetto originale. Tra l’A.74 e l’R-1535 vi erano svariate differenze progettuali che riguardavano le misure di alesaggio e corsa, ma anche costruttive. Queste erano dovute ad esigenze di produzione e all’adeguamento alle caratteristiche dei materiali disponibili.. La sua potenza era di 870 CV al decollo e 840 a 4.300 m e perciò non era realmente adeguato agli aerei da combattimento ma fu ugualmente montato sui cosiddetti caccia Serie 0 (CR.42, G.50, C.200 ed altri).Nel caso del C.202 e del RE 2001, il loro motore era l’Alfa Romeo RA.1000 Monsone, cioè l’eccellente Daimler-Benz DB 601A-1. La potenza nominale del motore Daimler-Benz era di 1.175 CV al decollo, a 2.500 giri/min per un massimo di 60 secondi (ma sembra che fosse attorno a 1.075 CV per gli esemplari di costruzione italiana), e di 1.040 CV a 2.400 giri/min a 3.600 m; questo secondo dato nella pratica variava tra 1.000 e 1.120 CV, sempre al regime massimo continuativo di 2.400 giri/min, a quote comprese tra 3.600 e 4.500 m, con valori mediamente del 2-3% più alti per i motori cquistati direttamente in Germania.Nel campo dei motori radiali l’Alfa Romeo ottenne le licenze dei Bristol Pegasus che diedero origine agli AR.125, AR.126, AR.127, AR.128, AR.129 e AR.131 destinati ai plurimotori, così come del Mercury IV i cui elementi furono alla base dell’AR.135 Perseo, in pratica costituito da due Mercury in tandem. La FIAT ebbe anche la licenza del DB 605A-1, che diventò RA.1050

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DA MOTORISTA A PILOTA

DA MOTORISTA A PILOTA Gli italiani possono fare anche questo ! Di Marco Mattioli E’ il gennaio 1941, nel deserto le forze britanniche avanzano verso ovest,Tobruk cadrà di lì a poco. La nostra Regia Aeronautica li martella con i bombardieri S.79 Sparviero. Durante il rientro un S.79 della 54a squadriglia/47* gruppo/15* stormo e’ costretto ad un atterraggio di fortuna, all’interno della strada costiera, nei pressi di El Agheila, a causa di avarie e di alcuni colpi ricevuti dalla contraerea britannica. Giudicato riparabile, non si vuole lasciarlo cadere in mano al nemico, e d’altra parte necessita per essere recuperato di un motore con cui sostituire quello in avaria e interventi al carrello e alla gondola ventrale.Ma le forze italiane sono in piena crisi e agire con le truppe in ritirata e poco tempo a disposizione e’ realmente difficile. Nonostante questo, viene incaricato dell’ operazione di recupero del velivolo il Sergente Maggiore Motorista Ferruccio Morettin, a capo di una squadra di cinque uomini. Individuato l’aereo e giunti sul posto, i sei uomini iniziano un lavoro che forse non avrebbe intrapreso sulla base nemmeno una squadra attrezzata di tutto punto. Più che altro vengono infatti usate…le mani e una volonta’ di ferro di non lasciare al nemico uno dei preziosi “ Gobbi “ di cui tanto gli italiani hanno bisogno. Un problema non da poco e’ anche costituito dal probabile avvistamento da parte degli inglesi, che con poche mitragliate avrebbero potuto spazzare via tutto. L’intento della squadra e’ di sollevare completamente il bombardiere e porlo su fusti vuoti di benzina per poterci lavorare adeguatamente. Un lavoro massacrante da eseguire giorno e notte ( al chiarore lunare), con brevi soste per bere e mangiare qualche galletta secca… Sette interminabili giorni e notti di lavoro che vengono momentaneamente interrotti solo dall’intervento del Tenente Ramorino, proveniente dalle forze che si stanno velocemente ritirando sotto la pressione inglese. L’ufficiale da’ istruzioni categoriche di accelerare i tempi e assicura che e’ in arrrivo un pilota per portare alla base il velivolo. Qualora, data la situazione, non riesca a raggiungerli, l ‘ ordine e’ di distruggerlo col fuoco. Trascorrono altri quattro giorni, durante i quali ormai si odono distintamente i boati delle artiglierie inglesi in avvicinamento, e Morettin si rende conto che i lavori stanno procedendo con assoluta efficienza e perfezione. Tuttavia aumenta anche lo stato d’ansia per il pilota che non arriva. Ma ecco un’altra visita, li raggiunge un automezzo italiano in ritirata con a bordo bersaglieri e un ufficiale superiore da’ ordini a Morettin di far partire l’aereo o bruciarlo. Gli inglesi ormai sono molto vicini. Dopo quel lavoro infernale e col bisogno di aerei che aveva la Regia, Morettin non se la sente di mollare e gli passa per la mente l’unica idea possibile: pilotarlo lui! Motorista, ha avuto, in volo due o tre volte e per qualche minuto, i comandi dell’S.79, grazie a piloti compiacenti…per il resto e’ l’aereo che conosce si’ in dettaglio come le sue tasche, ma non e’ un pilota! E un aereo deve decollare e atterrare!….I sei uomini si guardano tutti in faccia…e la decisione e’ presa. Morettin mostra sicurezza, confessera’ poi che l ‘impresa lo aveva entusiasmato . I motori funzionano perfettamente, qualche balzo di troppo…ma l ‘aereo si stacca da quel terreno maledetto, puntando su Misurata.Sorvolata in due ore la Sirte, Morettin esegue l’usuale mezzo giro per accertarsi della direzione del vento, poi si abbassa e a terra pensano a quel punto si tratti un pilota ferito o ubriaco! Il tutto si conclude con un’imbardata di 180 gradi e l’arresto dei motori, ma i sei uomini e lo Sparviero sono salvi. Con fierezza Morettin consegna l’S.79 all’ incredulo comandante della base . Per tutto questo viene elogiato, decorato con medaglia d’argento e promosso. A noi oggi viene da dire “ …però questi italiani eh!? “

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Dal Phantom (I) al Banshee

Dal Phantom (I) al Banshee Con circa un anno di ritardo rispetto all’US Air Force, l’US Navy, tra la fine del 1944 ed i primi mesi del 1946, indisse una serie di concorsi per rinnovare completamente la sua linea di volo. Il primo di essi richiedeva un caccia diurno imbarcato con propulsione a reazione: in realtà, questa specifica era stata anticipata dall’evoluzione di un programma precedente e, quindi, la “risposta” era stata ordinata prima ancora della “domanda”. Infatti, l’US Navy aveva già richiesto nel dicembre 1942, formalizzando l’ordine il 30 agosto 1943, quello che poi sarebbe diventato il suo primo aviogetto, il McDonnell XFD-1 Phantom (poi ridesignato XFH-1, a partire dal 28 agosto 1947 quando la Douglas, titolare della lettera D, tornò a produrre caccia per l’US Navy). Il Phantom era stato accompagnato da alcuni Lockheed FO-1/P-80A Shooting Star, da una serie di aeroplani a propulsione mista, dal Vought F6U Pirate e dal North American FJ Fury; comunque, spettò al Phantom il titolo di primo aviogetto dell’US Navy.In effetti, dopo i primi contratti di studio ai quali avevano fatto seguito ordini ad personam, il 4 settembre 1944 era stato emesso un regolare bando di concorso (Aer E-11) cui erano state invitate a partecipare otto ditte: Douglas, Grumman, McDonnell, North American e Vought più altre tre sulle quali non tutta la bibliografia concorda ma, con buone probabilità, Curtiss-Wright, Lockheed e Ryan. La Douglas declinò la richiesta, essendo già impegnata con Skystreak e Skyrocket, mentre la Lockheed era stata incaricata di presentare due P-80A Shooting Star; Curtiss-Wright e Ryan, infine, stavano portando avanti i loro FR/F2R Fireball/Darkshark (creati in risposta ad un requisito per un caccia a propulsione mista); la proposta Grumman Design 71, infine, fu scartata.Il McDonnell XFD-1 poté volare il 26 gennaio 1945, sia pure incompleto, in quanto gli mancava uno dei turboreattori Westinghouse WE-19XB-2B (J30). Furono ordinati un secondo prototipo e 60 FH-1 di serie ed il 21 luglio 1946 un prototipo compì il primo storico appontaggio sulla USS Franklin D. Roosevelt mentre il primo FD-1/FH-1 di serie andò in aria per la prima volta il 28 ottobre 1946. I Phantom furono assegnati al VF-17A sulla USS Saipan (primo gruppo operativo imbarcato su aviogetti) ed ai Marines che costituirono la prima pattuglia acrobatica a reazione (i Marine Phantoms, soprannominati anche The Flying Leathernecks).I primi aviogetti navali della storia partirono con uno svantaggio iniziale rispetto ai loro confratelli terrestri poiché i Lockheed P-80A Shooting Star delle US Army Air Forces dimostravano una velocità superiore di circa 150 km/h, avevano una velocità di salita di quasi 7 m/sec più elevata ed un consumo specifico di combustibile più favorevole. Nonostante i suoi limiti, il Phantom (I) fu costruito in due prototipi e 60 esemplari di serie; nel giugno 1949 l’FH-1 fu radiato dalla prima linea ma continuò a servire nella Reserve fino al luglio 1954. Quando scoppiò la Guerra in Corea l’FH-1 era ancora in servizio ma, poiché erano già disponibili i ben più validi F2H, non vi prese parte. Questo primo bireattore McDonnell, comunque, ebbe una parte importante nel mettere a contatto la Naval Aviation con le problematiche legate alla propulsione a reazione.Già il 2 marzo 1945, intanto, a seguito del concorso del 5 settembre 1944 – per il quale la McDonnell era stata espressamente invitata a presentare un progetto che fosse evoluzione del Phantom – l’US Navy aveva potuto ordinare, come XF2D-1, il Model 24 che era una versione migliorata dell’FD-1, nella quale i J30 furono sostituiti con i più potenti J34-WE-22 (i Model 24C-4B da 1.360 kg/s). Il prototipo di quello che fu poi denominato F2H Banshee (spirito lamentoso) e subito dopo soprannominato Banjo, volò l’11 gennaio 1947 e già in maggio fu avviata la produzione di serie della versione F2H-1. Il Banshee ebbe una sua evoluzione con l’F2H-2, allungato a vantaggio della capacità di combustibile, e le sottoversioni F2H-2N da caccia notturna ed F2H-2P da ricognizione fotografica. Fu poi la volta dell’F2H-3 ulteriormente allungato per superare il problema dell’insufficiente raggio d’azione e dal similare F2H-4 con possibilità di rifornimento in volo. Il Banshee ebbe una parte importante nel conflitto coreano e fu costruito in complessivi 895 esemplari. Molto apprezzato dai suoi equipaggi, fu anche uno tra i primi caccia-bombardieri ad avere la possibilità di impiegare armamento atomico; rispetto agli aerei dell’USAF della stessa generazione, offriva il vantaggio (in specifiche sottoversioni) di avere un radar. Le sue prestazioni, peraltro, non potevano essere definite brillanti.Mentre i Phantom rimasero in servizio relativamente poco, i Banshee ebbero una carriera molto più intensa e, infatti, nell’autunno del 1962 degli F2H-3 e -4 erano ancora operativi nei reparti di seconda linea e ricevettero la nuova designazione di F-2C ed F-2D, secondo il codice “tri-service”.L’F2H Banshee visse i momenti più intensi della sua carriera operativa durante la Guerra in Corea, giungendo in quel teatro il 23 agosto 1951, in ritardo sul previsto poiché i sistemi di lancio ed arresto delle portaerei dell’US Navy erano inadeguati all’impiego di macchine così pesanti e veloci. La loro prima missione fu due giorni dopo, quando F2H-2 del VF-172 (Blue Bolts) Squadron, imbarcato sulla USS Essex, fornirono la scorta ai B-29 dell’USAF che andavano a bombardare il nodo ferroviario di Rashin. Furono accompagnati anche dagli F9F-2 Panther del VF-51 e da allora la grande stampa fece spesso confusione tra Panther e Banshee, obiettivamente piuttosto simili. Oltre che nella scorta, gli F2H trovarono impiego anche quali caccia-bombardieri, in genere armati con due bombe da 225 kg, ed ottennero buoni risultati, ad esempio distruggendo la raffineria di Aoji. I Marines, invece, impiegarono nel conflitto esclusivamente gli F2H-2P da ricognizione che furono concentrati nel VMJ-1 Squadron.Un inconsueto episodio coinvolse diversi Banshee del VF-22 e del VF-62, imbarcati sulla USS Lake Champlain: il 10 giugno 1953, al pilota di un Banshee in appontaggio, subito dopo aver ingaggiato il cavo d’arresto, sfuggì una raffica da 20 mm che investì in pieno diversi aerei dello stesso tipo che erano parcheggiati all’estremità del ponte, danneggiandoli seriamente. Quest’incidente rischiò di compromettere l’operatività dei reparti dell’Air Wing ma,

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Pro e contro l’addestratore turboprop

Pro e contro l’addestratore turboprop L’Embraer EMB-312 Tucano, un o degli addestratori a turbina di maggior successo. Per svariati decenni l’addestramento militare ha avuto quale scopo principale la formazione dei piloti destinati agli aerei da combattimento dei reparti aerei di prima linea. Grosso modo dagli anni Cinquanta in poi questi sono stati e sono spinti da turboreattori, mentre le turboeliche sono state a lungo riservate ad aerei da trasporto e antisommergibili. Un tempo gli allievi piloti prescelti per queste assegnazioni si addestravano su aeroplani specifici per quei ruoli che si chiamavano scuola plurimotori e addestramento alla navigazione.Che senso ha, quindi, la formazione di un futuro pilota da caccia su un aeroplano sul quale deve misurarsi con il passo delle eliche e con problematiche che durante la sua carriera non incontrerà mai più? Da un punto di vista operativo, nessuno, In gran parte l’affermazione dei “turboprop trainer” si deve ad un costo d’acquisto e di esercizio più basso ed all’idea che la turboelica sia più “green”.Il focus del dibattito si può sintetizzare così: l’addestratore a turboelica, ed in particolare il cosiddetto “muscle turboprop trainer”, cioè quello con motore da 1.300-1.600 HP (con il quale gran parte dei discorsi sui costi d’acquisto e d’esercizio e sull’impatto ambientale vanno a farsi benedire) quali giustificazioni può trovare? Non molte: minore prezzo d’acquisto, costo dell’ora di volo e della manutenzione più bassi sono i vantaggi; minore capacità formativa e richiesta di un’ulteriore fase più avanzata dei corsi sono gli svantaggi.In Italia, ad esempio, si è fatto molto poco in fatto di addestratori a turboelica e molti attribuiscono questa scelta alla filosofia dell’ing. Ermanno Bazzocchi che dedicò gran parte della sua carriera al concetto del “jet ab initio”, come dimostrato dall’innegabile successo ottenuto dai suoi aviogetti MB.326 ed MB.339.Qualche idea, però, c’era stata, nel periodo 1978-1981, quando sono circolate indiscrezioni sullo studio di un nuovo addestratore primario, della classe dei 450-750 HP, cioè motorizzabile con turboeliche come le Pratt & Whitney PT6A-25, le Walter M-601 o le Rolls-Royce M250-B17, ma, in particolare, con l’abortita turboelica Alfa Romeo AR.318.Il know-how italiano in fatto di aerei da addestramento è confermato da questi numeri, tutti relativi al dopoguerra: 73 Piaggio P.148 e 279 P.149 (su progetto dell’ing. Giovanni P. Casiraghi), 927 SF-260 (progetto dell’ing. Stelio Frati rielaborato dall’ing. Alessandro Brena e passato attraverso i marchi SIAI-Marchetti, Agusta, Aermacchi ed Alenia Aermacchi), 762 Aermacchi MB.326 e 238 MB.339 (progettati dal citato ing. Bazzocchi) e non sono certi tutti… Di questi, però, solo una parte degli SF-260, era a turboelica.Ci sono stati anche dei precedenti, abortiti o di scarso successo, che prevedevano una turboelica, quasi completamente dimenticati o del tutto ignorati.In anni recenti, per la nostra attività, ci siamo ritrovati a rovistare tra materiale d’archivio del quale non era più possibile risalire alla provenienza e ci siamo imbattuti in alcuni disegni approssimativi di un progetto del quale non avevamo mai sentito parlare (e di cui nessuno avrenne mai parlato in seguito). Sembrava trattarsi dei classici “schizzi sul tovagliolino di carta”: uno di essi, appena abbozzato, portava la sigla A-13B e la data 30 gennaio 1978 oltre all’indicazione che nel muso, piuttosto corto, avrebbe trovato posto una turboelica AR.318; questo propulsore, anch’esso dimenticato, nasceva durante gli anni ‘70 sulla base del Rolls-Royce RB.318; la sua potenza era generalmente indicata in 575 sHP ma si prevedeva di portarla a 700 sHP. Alcuni esemplari di questa turboelica furono sottoposti a prove a terra e su un banco-prova volante Beechcraft King Air 90 da parte del Reparto Sperimentale Volo dell’Aeronautica Militare ma di lì a poco l’Alfa Romeo Avio cessò l’attività in questo campo. Per inciso, come nota di colore, il King Air banco-prova era di proprietà di Carlo Pedersoli, in arte Bud Spencer, che nella quotidianità faceva il pilota.Di questo fantomatico A-13B si può dire che, sulla base dei disegni, avrebbe avuto un’apertura alare attorno a 12 m, una lunghezza di 10-11 m ed una superficie alare di 25 m2.Quest’idea di quasi 50 anni fa presentava diversi aspetti che fanno venire alla mente alcuni progetti dell’ing. Joseph Kowacs, “autore” dell’Embraer EMB-312 Tucano brasiliano e di altri tipi, realizzati private venture… ma rimasti al palo.Oggi il mercato dell’aereo da addestramento non “tira” più come una volta e cresce il numero delle forze aeree che puntano all’esternalizzazione ed anche quelle che lo fanno “in casa”, normalmente acquistano piccoli lotti di aeroplani per i quali i cataloghi offrono già una scelta più che sufficiente. Il B-250, apparso sotto diversi marchi, progettato dall’ing. Kowacs, ideatore del Tucano. Il misteriosi A-13B, dalla “paternità” ignota, pensato in Italia nel 1978. La turboelica Alfa Romeo AR-318, rimasta senza seguito.